| 5 ottobre 2008 Quell’altra Italia, per carità! Una delle ragioni per cui sarò sempre grata a Roberto Saviano è di aver riportato l’attenzione sulla parola. In un Paese dove la letteratura sembra sempre più assumere il ruolo di soprammobile da tirar fuori all’evenienza ed esporre nel salotto buono, Saviano ha saputo spiegare con pacata misura e precisione chirurgica, e le sue parole hanno avuto lo stesso effetto di un enorme scoppio, di quelli che poi ti lasciano a lungo un ronzio nelle orecchie. Un urlo, disperato e forte allo stesso tempo, ma senza mai alzare la voce. In una Italia dove a leggere i giornali e a sentire la televisione le uniche parole che contano sono quelle dette ad alta voce, urlate per voler dare loro una parvenza di necessità e importanza. In un Italia dove conta la percezione del crimine e non la reale coscienza di quello che sta accadendo, dove si preferisce far leva su paure ancestrali invece che fare politica. Morte allo straniero! (Lasciamo perdere che una donna su tre viene maltrattata nelle mura domestiche: i panni sporchi, del resto si lavano in famiglia!) Ma non eravamo, e siamo, noi, un Paese di emigranti? Mio nonno è emigrato in America ai tempi di Ellis Island, quando funzionari che non conoscevano lingue straniere ti lasciavano a fare la quarantena e ti trattavano a mò di bestiame. Poi è toccato a mio padre, che ha vissuto più il momento di “italiano=mafioso”. E adesso in America vive mio fratello. Lui ci sta bene e non ha avuto problemi, così come tre quarti del mio paese, dove ancora oggi le famiglie vivono divise a metà dall’oceano o i giovani partono definitivamente alla volta del New Jersey, della Pennsylvania o di qualche altro Stato americano per potersi permettere di comprare una casa e metter su famiglia ad una età decente. Forse è per questo che quando uno straniero mi chiede aiuto non posso fare a meno di fermarmi a cercare di capire ciò di cui ha bisogno. Spesso la loro conoscenza dell’inglese o del francese è migliore della mia, che si limita ad un accozzaglia di parole sconnesse che tentano di risultare più chiare attraverso il mimo… E’ che non posso fare a meno di pensare che un tempo anche i miei si sono trovati sperduti in una terra che non conoscevano e che non li amava, con sulle spalle il peso della propria vita e la responsabilità nei confronti di chi avevano lasciato in patria. Chi oggi arriva in Italia spesso questo privilegio non ce l’ha: avere qualcuno a casa che aspetta. Spesso la guerra ha distrutto tutto. Del resto perché accogliere lo straniero se ancora parte del Nord non è i grado di riconoscere neppure che tanta della sua ricchezza è prodotta da insegnanti, ingegneri, medici, ricercatori e quant’altro, che vengono proprio dal quel Sud arretrato e disprezzato? Niente da fare: la nostra parola, la parola italiana non sa e non vuole ricordare. Ma, se la parola italiana è quella di Emilio Fede (l’unica risposta che ti si potrebbe dare è un sonoro pernacchio alla maniera eduardiana), e di Berlusconi&soci (continuate ad ammassare indistintamente l’immondizia sotto terra che quando poi sbotterà spero arrivi fino ad Arcore e dintorni), di dell’Utri (“Mangano era un eroe”), della Carfagna (“la prostituzione fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo”), di Filippo Bersello (“oggi i ragazzi non hanno più esigenza di andare con le prostitute, perché le ragazzine sono più intraprendenti. Una volta non era così, le ragazze non la davano e noi dovevamo arrangiarci”), della Gelmini che con pugno di ferro si accinge a distruggere quanto di buono era rimasto nella scuola italiana…allora ogni tanto fa bene ricordare che c’è pure un’altra Italia, quella che crede nella ricchezza prodotta dalla diversità, e che si vergogna per quello che sta accadendo. E allora oggi, in questa domenica di pasta con le polpette (si fa per dire), con metà famiglia a mangiare hot dog (si fa per dire), e tre quarti d’amici a mangiare polenta (si fa per dire), mi sento napoletana, della periferia, e sono rom, nera, straniera, clandestina, islamica con il senso dell’umorismo, gay, prostituta, irachena, abkhaziana etc. etc. etc., e spero ancora nei tempi supplementari. |